Le emozioni, terreno fertile per il mercato

Lavorare, quando si è in forma e sapendo che si sta soddisfacendo una necessità vitale, è come uno stato di grazia.

Vorrei ricordare brevemente alcune comprensioni assodate sulla natura del lavoro, prima di passare all’obiettivo di questo articolo. Il lavoro è trasformazione che crea valore per qualcun altro il quale, a sua volta, è disposto a offrire un certo valore che lui ha e che tu non hai e sei disposto a ricevere in cambio del valore che tu puoi offrire. In genere, questo avviene tramite il denaro. Tutto il valore producibile viene espresso nell’equivalente in denaro, quindi ogni volta che tu vuoi ottenere il valore prodotto da qualcuno, offri l’equivalente in denaro. Quest’ultimo, a sua volta, non è altro che il rappresentante dello stesso valore presso un altro da te, cioè vale solo in quando qualcun altro potrà fare lo stesso. Il denaro è la possibilità di ottenere valore prodotto da altri. I valori che sono disponibili per l’acquisto e la vendita sono merce.
La domanda che ci permette di andare oltre è la seguente: ci sono aspetti umani che non possono diventare merce? Un’emozione, per esempio, può diventare merce? Posso vendere le mie prestazioni emotive a qualcuno che ne ha bisogno? Facciamo il caso di una persona che si sta annoiando e che vorrebbe invece provare interesse per qualcosa; facciamo che questa persona compri un libro, si metta a leggerlo e un certo interesse si risveglia, si sente meglio, a acquisito un’emozione che lo tira fuori dalla noi. Quando questa persona ha comprato il libro ha forse comprato anche il sentimento di interesse che adesso sta vivendo?
Supponiamo che questa persona vada da uno psicologo invece; dopo la sessione si sente preso da un nuovo interesse per le cose della vita, ha acquisito una nuova emozione ma anche dovuto pagare lo psicologo. Che cosa gli ha venduto il consulente? Gli ha venduto la nuova emozione che adesso il paziente sta vivendo?
E così via, potremmo fare esempi con il cinema, il teatro, la musica, i divertimenti. Ma qual è l’oggetto dello scambio in questi campi? Forse che vendono effettivamente certe emozioni che noi ricerchiamo? Quindi si può acquistare un’emozione? L’emozione può essere merce? Pare proprio di sì.
In sostanza, visto che molta parte delle emozioni dipende dai sensi, e visto che la maggior parte delle merci ci attrae attraverso i sensi, noi possiamo effettivamente avere l’illusione che comprando certe merci in realtà stiamo comprando delle emozioni. Ma le emozioni acquisite in questo modo non durano. E così continuiamo a comprare come se avessimo bisogno di tutte quelle cose materiali mentre in realtà stiamo cercando una merce che non esiste, stiamo cercando qualcosa che se otteniamo come prodotto di scambio economico non è più se stessa. In questo modo, non riusciremo mai a colmare quella mancanza di cui ci illudiamo di trovare la soddisfazione nel mondo della merci, eppure su questo si basa la nostra società dei consumi, cioè sull’offerta di prodotti che mirano alla soddisfazione momentanea e illusoria di un bisogno molto più profondo che non è materiale e che gli oggetti materiali possono solo pretendere di soddisfare.
È ovvio che se noi fossimo psicologicamente e spiritualmente soddisfatti la società dei consumi non potrebbe prosperare. Ma questo ci induce a pensare che i veri intellettuali del nostro tempo sono i pubblicitari. Un prete, un professore, un educatore, uno psicologo, un medico, un architetto, uno scienziato hanno meno presa sulla coscienza delle persone di quanto ne abbia un pubblicitario. La nostra mente è nelle mani degli addetti alla pubblicità e quindi poi nelle mani di coloro che progettano i prodotti culturali e materiali che finiamo per acquistare inevitabilmente.
Ma, attenzione, la pubblicità, cioè la propaganda per un prodotto, non avviene soltanto attraverso i canali prettamente pubblicitari. Mi spiego, quando il mondo dell’informazione fa leva insistentemente sulle emozioni e le reazioni delle masse, ti sta vendendo il suo prodotto. Più forte è l’emozione che suscita la notizia, più il suo prodotto si vende.
Arriviamo a una prima breve conclusione: la ragione non ha quasi alcun peso negli acquisti che le persone fanno. Le scelte economiche sono essenzialmente guidate dalle emozioni e chi sa usarle bene, chi sa come offrirti l’illusione che stai acquistando emozioni, la fa da padrone in questo mondo mercantile.
Allora, che cosa ci resta? Informarsi e usare la ragione.


 

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