Sorseggiando Vodka in treno per Dublino

Ieri sono andato a Dublino in treno e, per ammazzare il tempo, mi sono messo a ponderare la riflessione di Nietzsche sul rapporto tra pensiero cosciente dei filosofi e gli istinti degli stessi. Nietzsche dice che la maggior parte del pensiero cosciente dei filosofi è segretamente influenzata dai loro istinti. ’Pensiero cosciente’, ’istinti’ relazione di dipendenza: gli istinti sono all’origine del pensiero cosciente. Come collegare l’attività del pensiero al livello inferiore degli istinti? Pensiamo alla volontà di sopravvivere, all’istinto a nutrirsi che ci porta inevitabilmente a procurarci il cibo: garantirsi una fonte di sussistenza. Possiamo intendere, allora, l’attività del filosofo che ricerca la verità come un modo per procurarsi il sostegno a un certo modo di vita. Anche Leopardi, nel suo Zibaldone, segnalava che il filosofo, quando scrive un libro cerca dei vantaggi che vanno oltre la ricerca della verità. Nietzsche va comunque aldilà allorquando scrive che non importa a nessuno se un’opinione è falsa fintantoché essa promuove la vita e la preserva; in questo senso, ogni filosofia passata va intesa come morale.

Ma mentre seguivo il treno dei miei pensieri, il treno, quello vero, è arrivato alla stazione di Houston, quindi chiudo il taccuino e mi dirigo in città. Dopo aver sbrigato alcune faccende, decido di fare una capatina da Eason, nel reparto libri, molto grande in questa filiale di Dublino. Esco con un acquisto sotto braccio: Moral Tribes di J. Greene, pubblicato nel 2011.

Quando sono di nuovo in treno, durante il viaggio di ritorno, inizio a leggere quel volume che non spero di finire in una sessione, essendo più di 400 pagine, ma con l’intenzione di usare tutto il tempo del viaggio per farmene un’idea più precisa.
Le intenzioni iniziali dell’autore sembrano promettere una lettura interessante e gratificante, egli vuol infatti affrontare il problema della morale con chiare comprensioni per offrire al lettore quelle motivazioni e opportunità che gli permetteranno di riconoscere le persone che la pensano come il lettore stesso, per riconoscere il proprio gruppo di appartenenza e riflettere sulla possibilità di coesistenza pacifica dei diversi gruppi culturali e sociali.
Allora le domande di partenza sono:

  • che cos’è la morale?
  • come ha fatto a diventare tale?
  • come fa a instaurarsi nella nostra mente?

in che senso la nostra mente deve adattarsi per risolvere problemi per i quali non era stata concepita in partenza?

La risposta a queste e ad altre domande, dovrebbe fornire al lettore la possibilità di creare una morale universale condivisibile da tutti… ma già inizio a sentire puzza di bruciato, che subito però spazzo via.
Il progetto di Greene sembra essere serio, infatti, come egli stesso dichiara si basa filosofi del passato, le sue decennali ricerche sulla cognizione morale e su i lavori di numerosi ricercatori nel campo delle scienze sociali. Egli vuole integrare le nuove conoscenze scientifiche in una filosofia pratica al fine di risolvere i maggiori problemi della coesistenza tra gruppi.

A questo punto mi viene da osservare quanto segue: se non hai una morale non puoi vivere in società; questo richiede che si abbia una morale e preferibilmente che si adotti la morale dominante. Inoltre, occorre tener presente che prima di appartenere alla società in senso ampio, noi apparteniamo ad un gruppo, ma prima ancora c’è l’individuo; ora, per tutti questi elementi, dato che sia l’individuo che i gruppi sviluppano morali diverse, esiste la possibilità e la realtà del conflitto.

Ma continuiamo a leggere. A pagina 23 Greene scrive che la morale nasce come soluzione al problema della cooperazione tra individui : «La morale è un insieme di adattamenti psicologici che permette a individui, altrimenti egoisti, di raccogliere i benefici della cooperazione.» I due elementi che si notano subito sono a. il darwinismo (adattamento psicologico) e b.la morale attua il suo mediante l’altruismo.
Sono ora a pagina 25 e mi si conferma l’idea che questo libro voglia far passare i valori della tradizione giudaico-cristiani come quelli vincenti attraverso un nuovo travestimento: la loro giustificazione sibillina mediane l’ancoraggio di quei valori, nientepocodimenoche, nella biologia. Anche se Greene ci mette in guardia sul fatto che la morale, anche se nasce per rispondere a questioni di sopravvivenza e di evoluzione della specie, può – e di fatto lo fa – ergersi contro lo stesso proposito evolutivo della specie.
In sostanza, l’autore è convinto che l’umanità necessiti si una metamorale, cioè una morale che sia capace di risolvere i conflitti che esistono ed esisteranno tra i diversi ideali di moralità; una metamorale, che operi qui a un livello superiore, non all’interno di un gruppo, ma all’interno dell’insieme dei vari gruppi costituenti l’intera società.
È chiaro a questo punto quali saranno i cardini su cui innestare questa metamorale, basti pensare a quanto già detto ma anche a quanto scrive a pagina 31 quando fa sua la cosiddetta «regola d’oro» che descrive come la tesi fondamentale di tutte le maggiori religioni e di qualsiasi morale filosofica che voglia dirsi tale. Mi riservo la critica su questo punto a un altro articolo, in quanto sarebbe troppo lungo aggiungerla qui. Basti per ora ricordare la critica di Nietzsche a questo tipo di morale come morale del gregge, delle pecore che abbattono i «forti» mediante il sotterfugio della morale stessa.

Il terreno dichiarato di Greene è comunque quello dell’utilitarismo, che secondo lui è all’origine di qualunque morale, e quello della biologia. Prendendo a esame i legami genetici, egli riporta l’osservazione che, quando persone legate geneticamente compiono azioni che le favoriscono, che migliorano la sopravvivenza di uno dei loro, in realtà lo fanno per migliorare la sopravvivenza dei loro geni.
D’altro canto, per quanto riguarda le persone che sono legate ma non geneticamente, essi si aiutano sotto la regola della reciprocità, cioè dell’altruismo reciproco. In questo caso le persone si aiutano reciprocamente in quanto hanno maggiori probabilità di sopravvivenza o di miglioramento. Cioè, sono utili l’un l’altro, infatti, la loro cooperazione in un dato momento prometto loro un futuro migliore.

Ma, come per non smentirsi, a pagina 34 introduce il concetto di perdono che egli ancora, tanto per cambiare, a un’origine biologica, citando esempi di ricerche su scimmie che si abbracciano dopo la lotta.

Ma le rivelazioni non finiscono qui. Si pensi che, dopo alcune pagine riguardanti ricerche scientifiche, viene affermato quanto segue: «quando aiutiamo gli altri è spesso perché ci dispiace per loro e vogliamo alleviarne la sofferenza.» Questa grande scoperta, ci viene spiegato, prende il nome di empatia. Vi stupirete se ci riporta anche il fatto «scientifico» che l’origine di questo comportamento risiede nella nostra biologia?

Insomma, ho dovuto smettere di leggerlo e spero di riprenderlo in seguito. Ma non riesco liberarmi dalla sensazione di aver bevuto, a piccolissimi sorsi, un bicchierino di Vodka diluita cento volte!

 


 

 

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