Meritocrazia: un’ideologia in crisi nell’Italia delle disuguaglianze e della fuga dei talenti

Il mito del “ciascuno secondo i propri meriti”, da tempo considerato il motore della mobilità sociale e il principio guida di una società giusta, mostra oggi crepe profonde. In Italia, un Paese che si colloca al terz’ultimo posto in Europa per il contrasto alle disuguaglianze secondo il Rapporto ASviS 2025, questo principio è al centro di un acceso dibattito. Mentre i giovani qualificati emigrano in massa, la retorica meritocratica viene sempre più messa in discussione, non solo per la sua inefficacia pratica, ma per le sue stesse premesse filosofiche, rivelatesi un’“ideologia pericolosa”.

Il paradosso italiano: fuga dei talenti in un Paese che invoca il merito

Il Rapporto CNEL 2025 fotografa una realtà allarmante: tra il 2011 e il 2024, 630.000 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese. Il dato non è solo quantitativo, ma qualitativo. Nel triennio 2022-2024, il 42.1% degli espatriati era laureato, una percentuale in netta crescita. Questo esodo di capitale umano ha un costo stimato di 159,5 miliardi di euro, pari a circa il 7.5% del PIL.

Le motivazioni di questa fuga vanno ben oltre la semplice ricerca di stipendi più alti. I giovani intervistati indicano, come cause principali, la carenza di opportunità lavorative all’altezza delle loro qualifiche e una marcata mancanza di meritocrazia. L’Italia viene percepita come un sistema che spesso premia l’appartenenza a determinate reti o “circuiti” piuttosto che il valore individuale e le competenze.

Le disuguaglianze territoriali aggravano il quadro: il Mezzogiorno perde giovani qualificati sia verso l’estero che verso il Centro-Nord, senza un adeguato ricambio, approfondendo il divario interno. Questa emorragia di risorse intellettuali rappresenta una sconfitta per il principio meritocratico in una delle sue applicazioni più concrete: trattenere e valorizzare chi ha investito in conoscenza e competenza.

La crisi di fiducia: i dati globali e la frattura generazionale

La sfiducia verso la narrazione meritocratica non è solo un malessere italiano, ma un fenomeno globale che vede una netta divisione generazionale. L’Ipsos Equalities Index 2025 rivela che solo il 42% della popolazione globale crede che il successo dipenda principalmente da meriti e sforzi personali, mentre il 30% lo attribuisce a fattori fuori dal proprio controllo.

Il divario più significativo emerge tra generazioni:

  • I Baby Boomers (nati 1946-1964), cresciuti in un’epoca di maggiore mobilità sociale, tendono a credere di più nel “sogno meritocratico”.
  • La Generazione Z (nati 1997-2012) naviga in un mondo di precarietà strutturale, costi dell’istruzione proibitivi e un ascensore sociale percepito come bloccato.

Tabella: Percezione della Meritocrazia per Generazione (Ipsos Equality Index 2025)

GenerazioneCrede che il successo dipenda da meriti/sforziCrede che il successo dipenda da fattori esterniContesto e percezione
Baby BoomersMaggiore adesioneMinor adesioneCresciuti in un’epoca di espansione economica e mobilità sociale apparentemente accessibile.
Generazione ZMinor adesioneMaggiore adesioneAffronta precarietà lavorativa, debito educativo e un ascensore sociale percepito come bloccato.

Questa frattura di 12 punti percentuali tra Gen Z e Baby Boomers non è un semplice dato demografico. È il sintomo di due mondi esperienziali radicalmente diversi. Come sottolinea l’economista Vittorio Pelligra, la retorica del “se ci provi ce la fai” ha un lato oscuro: implica che “se non ce la fai è perché non ci hai provato abbastanza”. Questa “asimmetria delle valutazioni” genera un risentimento sociale che alimenta populismi e sfiducia nelle istituzioni.

Il lato oscuro dell’ideologia: merito, privilegio e disuguaglianza

La critica alla meritocrazia va oltre la denuncia della sua inapplicazione. Studiosi e ricercatori ne attaccano le fondamenta concettuali. Pelligra spiega che l’idea di premiare l’impegno è logicamente fallace perché lo stesso impegno è fortemente determinato da fattori non meritati: essere nati in una certa famiglia, in un certo luogo, in un determinato momento storico.

Le capacità non cognitive come perseveranza e autocontrollo, essenziali per il successo, si formano ben prima dei 6 anni e dipendono dall’ambiente familiare e sociale di partenza. Premiare chi, partendo da condizioni avvantaggiate, riesce a “impegnarsi di più” significa quindi cristallizzare e legittimare i privilegi, non redistribuire le opportunità.

I dati sulla ricchezza confermano questa tesi. Oxfam rileva che in Italia il 5% più ricco detiene il 47.7% della ricchezza nazionale, e che nel 2024 la fortuna dei miliardari italiani è cresciuta di 166 milioni di euro al giorno. Contrariamente al mito del “self-made man”, oltre un terzo (36%) della ricchezza globale deriva da eredità. L’Italia, con aliquote di successione tra le più basse d’Europa (massimo 8%), favorisce la trasmissione intergenerazionale dei vantaggi, perpetuando un sistema che il libro “Non è giusta. L’Italia delle disuguaglianze” definisce apertamente diseguale.

Tabella: Alcuni indicatori chiave delle disuguaglianze in Italia (Fonti ASviS e altre)

IndicatoreSituazione in ItaliaImplicazione per la meritocrazia
Posizione UE nel contrasto alle disuguaglianzeTerz’ultima nel 2024 (peggio solo Lettonia e Bulgaria).Il contesto sistemico è tra i meno favorevoli alla mobilità sociale “meritocratica” in Europa.
Concentrazione della ricchezzaIl 5% più ricco possiede il 47.7% della ricchezza nazionale.La ricchezza è estremamente concentrata, indicando barriere all’ingresso difficilmente superabili solo con il “merito”.
Reddito: rapporto tra il 20% più ricco e il 20% più poveroPassato da 5.3 (2022) a 5.5 (2023), in crescita.Il divario tra chi sta in alto e chi sta in basso nella scala dei redditi si sta allargando.
Origine ereditaria della ricchezzaOltre 1/3 (36%) della ricchezza globale deriva da eredità; aliquote successione italiane tra le più basse UE.Una parte significativa della posizione sociale non è frutto di merito personale, ma di nascita.

Tra influencer e algoritmi: la meritocrazia nell’era digitale

Il dibattito si è spostato anche nelle piazze digitali. Da un lato, piattaforme come TikTok sono state descritte come “forum della meritocrazia”, dove un algoritmo intelligente può teoricamente dare visibilità a contenuti di qualità indipendentemente dalla popolarità pregressa del creatore. Dall’altro, la figura dell’influencer è diventata l’emblema di un successo percepito come scollegato dai meriti tradizionali (competenza, studio, esperienza).

Come osserva un articolo di Sintesi Dialettica, si permette a chi “cattura like” di influenzare dibattiti complessi su cultura e politica, mentre si pretende meritocrazia sul posto di lavoro. Questa “importanza intestinale”, basata sulla capacità di generare engagement più che sul possesso di competenze certificate, banalizza il dibattito pubblico e svuota ulteriormente il concetto di merito, trasformandolo in una metrica di popolarità.

Oltre il mito: quali alternative?

Se la meritocrazia pura è un’illusione e la sua retorica è dannosa, su quali principi costruire una società più giusta? Le proposte avanzate da economisti e ricercatori puntano a correggere le disuguaglianze di partenza e a valorizzare dimensioni diverse del vivere comune:

  1. Politiche di vera uguaglianza delle opportunità: Investimenti massicci nell’istruzione pubblica di qualità dalla prima infanzia, servizi per le famiglie e welfare universale per livellare il terreno di gioco prima ancora che inizi la “gara”. Il caso dello studio di Alan Krueger sul salario minimo mostra che politiche redistributive, come un salario dignitoso, possono sostenere la domanda e l’occupazione senza i danni teorizzati dall’ortodossia economica.
  2. Riforma fiscale progressiva: Tassazione più equa dei grandi patrimoni e delle eredità, per ridurre il peso dei privilegi ereditati e finanziare servizi pubblici. Come suggerito dal Rapporto ASviS, è necessario un confronto per una “giusta transizione” che non lasci indietro nessuno.
  3. Valorizzazione della dignità del lavoro: Pelligra propone di superare la visione del cittadino come puro consumatore, rivalutando il ruolo sociale del produttore. Il lavoro dovrebbe essere un’occasione di partecipazione, creatività e generazione di valore per la comunità, non solo un mezzo per ottenere un reddito da spendere.
  4. Narrazioni diverse: Abbandonare la retorica colpevolizzante dell'”hai fallito perché non ti sei impegnato” e riconoscere pubblicamente il peso dei fattori strutturali e della fortuna nel successo individuale.

La meritocrazia, nata come ideale egualitario, si è trasformata in uno strumento per giustificare l’ingiustizia. In un’Italia sempre più diseguale e svuotata dei suoi giovani talenti, continuare a invocarla senza metterne in discussione i dogmi significa condannarsi a un declino non solo economico, ma anche sociale e morale. Il cambiamento richiesto non è una semplice correzione di rotta, ma un ripensamento radicale di come concepiamo il valore, la giustizia e la dignità delle persone nella collettività.