L’attacco all’Iran del 2026 attraverso le lenti del materialismo storico e dialettico
Aprile 20260

Le guerre non nascono dall’odio tra i popoli, né dalla patologia di singoli dirigenti, né dallo scontro tra civiltà astratte: nascono da contraddizioni che si accumulano all’interno di un modo di produzione fino al punto in cui non possono più essere risolte dagli strumenti ordinari della gestione politica — la diplomazia, le sanzioni, la coercizione finanziaria — e devono essere scaricate attraverso la forza. La guerra del 2026 contro l’Iran non fa eccezione; comprenderla richiede non un vocabolario morale ma uno materiale: chi possiede cosa, chi controlla i circuiti attraverso cui si muove il valore, di quale subordinazione si nutre l’accumulazione altrui, e a quale punto la contraddizione tra questi interessi diventa irrisolvibile senza la violenza.
Quello che segue non è un commento: è l‘analisi di una struttura.
I. La base e la sovrastruttura: una grammatica della giustificazione
Il materialismo storico parte da una proposizione che è semplice e, una volta enunciata, inconfutabile: le forme giuridiche, politiche e ideologiche attraverso cui una società si rappresenta a se stessa non sono autonome, bensì prodotte dalle condizioni materiali — l’organizzazione della produzione, della proprietà e dell’estrazione del plusvalore — su cui quella società riposa, e alle quali servono a dare continuità. Come scrisse Marx nella Prefazione del 1859 a Per la critica dell’economia politica, non è la coscienza degli uomini a determinare la loro esistenza, ma la loro esistenza sociale a determinare la loro coscienza.
Questa proposizione è indispensabile per leggere l’attacco all’Iran del 2026 — un evento che ha prodotto, nelle sue prime settantadue ore, non meno di sei giustificazioni ufficiali distinte: prevenire la proliferazione nucleare, anticipare una minaccia militare imminente, distruggere le capacità missilistiche, proteggere le risorse americane, impadronirsi del petrolio iraniano e ottenere un cambio di regime; la molteplicità delle giustificazioni sovrastrutturali non è un segno di confusione, ma il segno che i veri determinanti materiali della guerra non possono essere dichiarati apertamente, e che l’ideologia deve compensare l’inammissibilità della verità.
I determinanti materiali sono questi: l’Iran detiene le quarte riserve mondiali accertate di petrolio e le seconde di gas naturale; si trova a cavallo dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita quotidianamente circa il venti per cento del petrolio mondiale trasportato via mare e un quinto del suo gas naturale liquefatto; la sua economia, deliberatamente strangolata per quattro decenni dalle sanzioni americane, ha nondimeno mantenuto il controllo sovrano su quelle risorse, rifiutandosi di sottoporle ai circuiti di accumulazione dominati dal capitale americano e dai suoi clienti regionali; la sua rivoluzione del 1979 era, nella sua essenza strutturale, una rivolta contro esattamente quella subordinazione — e sono quel rifiuto strutturale, non la sua teologia, non il suo programma missilistico, non le sue reti proxy, che sono a loro volta prodotti dello stesso rifiuto, a renderla, dalla prospettiva del capitale imperiale americano, intollerabile.
La questione nucleare è sovrastruttura; la questione materiale è chi controlla il petrolio, il gas e lo snodo energetico cruciale attraverso cui entrambi devono passare.
II. La traiettoria storica: accumulazione originaria e i suoi malcontenti
Il materialismo dialettico sottolinea che i processi storici debbano essere compresi non come eventi isolati ma come momenti in un movimento continuo di contraddizione — la tesi che genera l’antitesi, la negazione che produce la propria negazione, l’accumulazione quantitativa di tensione che si risolve in rottura qualitativa; la guerra del 2026 non è l’inizio di una storia, ma il momento più recente di negazione in un conflitto le cui origini materiali risalgono a più di un secolo fa.
Il 26 maggio 1908, l’ingegnere britannico George Reynolds trovò il petrolio a Masjed-e-Soleyman, nella provincia iraniana del Khuzestan; la scoperta portò direttamente alla formazione dell’Anglo-Persian Oil Company — poi British Petroleum — e inaugurò quello che non può essere descritto altrimenti che come un prolungato esercizio di estrazione coloniale di risorse: per quattro decenni, i proventi del petrolio iraniano fluirono principalmente verso il capitale britannico, i lavoratori iraniani producevano il plusvalore e gli azionisti britannici se lo appropriavano, mentre lo Stato iraniano riceveva royalties calcolate per garantire la dipendenza piuttosto che lo sviluppo.
La prima seria rottura arrivò nel 1951, quando il primo ministro Mohammad Mossadegh nazionalizzò l’Anglo-Iranian Oil Company — un atto di quella che potremmo chiamare, seguendo Lenin, decolonizzazione economica: l’affermazione del controllo sovrano sui mezzi di produzione contro le pretese del capitale straniero; la risposta fu istruttiva: la Gran Bretagna impose un boicottaggio globale del petrolio iraniano, gli Stati Uniti, inizialmente esitanti, si allinearono con gli interessi britannici, e nell’agosto del 1953 la CIA e l’MI6 orchestrarono il colpo di stato che rovesciò Mossadegh, restaurò lo Scià e restituì il petrolio iraniano a un consorzio in cui le compagnie americane detenevano ora una quota del quaranta per cento; la giustificazione sovrastrutturale era l’anticomunismo, la realtà materiale era il ripristino del controllo straniero sulle risorse idrocarburiche iraniane.
Questo è il modello originale — il modello che la guerra del 2026 applica, settantatré anni dopo, a una scala commisurata alle contraddizioni accumulate nel periodo intermedio; la negazione del 1953 ha prodotto la propria negazione nel 1979: la Rivoluzione Islamica, che ha espulso il capitale americano, nazionalizzato l’industria petrolifera e stabilito uno Stato esplicitamente organizzato attorno al rifiuto di ciò che Khomeini chiamava estekbar — l’arroganza, intesa come il dominio sistemico delle nazioni più deboli da parte di quelle più forti; la guerra del 2026 è, nel senso più rigoroso dialettico, la negazione di quella negazione: il tentativo del capitale imperiale americano di ristabilire, attraverso la forza militare, le condizioni di subordinazione che la rivoluzione del 1979 aveva rovesciato.
III. L’imperialismo di Lenin e l’architettura del dominio del dollaro
L’analisi di Lenin del 1917 in L’imperialismo, fase suprema del capitalismo identificava le caratteristiche strutturali dell’epoca imperialista: la concentrazione della produzione in monopoli, la fusione del capitale industriale e bancario in capitale finanziario, l’esportazione di capitale come forma dominante delle relazioni economiche internazionali, la divisione territoriale del mondo tra le grandi potenze capitaliste e l’emergere della rivalità inter-imperialista man mano che la competizione per risorse, mercati e sfere di investimento si intensifica; queste categorie rimangono analiticamente indispensabili, sebbene le loro forme si siano evolute.
L’imperialismo americano contemporaneo non esporta principalmente capitale attraverso l’amministrazione coloniale, ma opera attraverso ciò che l’economista Costas Lapavitsas, in una recente analisi pubblicata nella New Left Review, chiama “imperialismo del dollaro”: il mantenimento del dollaro statunitense come valuta di riserva globale, che consente agli Stati Uniti di accumulare deficit commerciali strutturali mentre esportano dollari che le altre nazioni devono acquisire per acquistare merci, soprattutto petrolio, che hanno il prezzo stabilito in quella valuta; il sistema del petrodollaro, stabilito nel 1973-1974 attraverso accordi con l’Arabia Saudita dopo lo shock petrolifero, è da allora l’architettura finanziaria su cui si regge l’egemonia imperiale americana, perché la capacità di contrattare il petrolio in dollari costringe ogni nazione importatrice di petrolio sulla terra a mantenere riserve in dollari, generando una domanda strutturale di valuta americana che sovvenziona efficacemente i consumi e le spese militari degli Stati Uniti.
L’Iran, dopo il 1979, si è rifiutato di esprimere e vendere il suo petrolio in dollari, scambiandolo in euro, in yuan, in accordi bilaterali di baratto; quando l’Iran ha annunciato, nei primi giorni della chiusura di Hormuz, che avrebbe permesso a un numero limitato di petroliere di passare a condizione che il carico fosse scambiato in yuan cinesi, non si trattava di una manovra tattica, ma dell’articolazione, nella pratica, di un’architettura monetaria alternativa; una che minaccia non soltanto gli interessi petroliferi americani ma il meccanismo finanziario fondamentale attraverso cui l’egemonia americana si riproduce globalmente.
Come sostiene Lapavitsas, la guerra contro l’Iran deve essere compresa nel contesto di un’egemonia la cui supremazia produttiva si è erosa per decenni mentre il dominio del dollaro rimane formalmente intatto — un divario che genera ora una turbolenza politica globale; i gesti territoriali, le guerre tariffarie, le operazioni militari brutali: non sono espressioni di forza, ma di un’egemonia che non riesce più a riprodursi attraverso il consenso ed è ricaduta sulla coercizione, il che rappresenta un momento dialettico della massima importanza: la transizione dall’egemonia al dominio, dalla produzione del consenso all’esercizio nudo della forza, è precisamente il sintomo di una classe dirigente che ha perso fiducia nella capacità del proprio sistema di autoriprodursi.
IV. I mezzi di produzione della guerra: chi possiede le condizioni materiali di questo conflitto
Il materialismo storico esige che ci si chieda, di ogni fenomeno sociale, chi possiede i mezzi di produzione ad esso pertinenti; nel caso della guerra, questa è una domanda a più livelli.
A livello di produzione militare, il complesso industriale della difesa americano — Raytheon, Lockheed Martin, Northrop Grumman, Boeing — aveva, negli anni precedenti alla guerra, processato contratti d’armamento record con Israele e i clienti degli Stati del Golfo; la relazione materiale tra i produttori di armi americani e le decisioni politiche dello Stato americano è strutturale, non cospirativa: queste aziende impiegano centinaia di migliaia di lavoratori in circoscrizioni congressuali in tutto il paese, finanziano le campagne elettorali di entrambi i partiti e fanno ruotare il loro personale dirigente attraverso la leadership del Dipartimento della Difesa — quando lo Stato decide di fare la guerra, l’industria della difesa non ne beneficia soltanto: ne è un elemento costitutivo.
A livello di produzione energetica, il panorama materiale è ugualmente preciso: gli esportatori americani di GNL, operanti in mercati geograficamente isolati dalle perturbazioni di Hormuz, hanno affrontato una domanda in forte aumento con la chiusura dello stretto e l’amministrazione Trump aveva trascorso il suo primo e secondo mandato a smantellare sistematicamente l’architettura normativa che aveva vincolato l’estrazione americana di combustibili fossili: aprendo i terreni federali, ritirandosi dall’Accordo di Parigi, eliminando i limiti sulle emissioni di metano; l’effetto della guerra sui mercati energetici non era una conseguenza inintenzionale, ma strutturalmente coerente con una politica energetica progettata per massimizzare la produzione e l’esportazione americana di idrocarburi.
A livello di capitale finanziario, il quadro è più diffuso ma non meno materiale: soltanto sette aziende — Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon, Nvidia, Meta Platforms e Tesla — costituiscono il trenta per cento del patrimonio netto delle 500 maggiori aziende degli Stati Uniti e tutte hanno un’esposizione diretta agli effetti del conflitto del Golfo, con un’infrastruttura estesa di data centre negli Emirati Arabi Uniti e dipendenze da catene di approvvigionamento di terre rare e semiconduttori che attraversano l’Asia; la perturbazione della guerra su questi circuiti è un costo che il capitale finanziario assorbirà nel breve termine, ma l’eliminazione della sovranità iraniana sull’infrastruttura energetica della regione e la ristrutturazione delle economie politiche degli Stati del Golfo attorno al quadro degli Accordi di Abramo rappresenta un guadagno a lungo termine per l’accumulazione del capitale americano che supera la perturbazione a breve termine.
V. Accumulazione per espropriazione: le sanzioni come prima fase
Il concetto di David Harvey di “accumulazione per espropriazione” — l’appropriazione di valore attraverso meccanismi che bypassano il rapporto salariale, tra cui la recinzione, la privatizzazione e la conversione di risorse comuni in merci — fornisce la chiave analitica per comprendere come la guerra sia stata preparata nel corso di quattro decenni prima che cadesse la prima bomba.
Le sanzioni americane contro l’Iran non sono, come vengono tipicamente presentate dai media occidentali, una forma di pressione politica progettata per modificare il comportamento, ma una forma di guerra economica il cui scopo è privare uno Stato sovrano della capacità di convertire le sue risorse naturali nella riproduzione sociale della sua popolazione e di creare così le condizioni — crollo economico, disperazione popolare, instabilità politica — in cui il cambio di regime diventa realizzabile; le sanzioni sono accumulazione per espropriazione condotta a livello dello Stato-nazione: la rimozione forzata dell’accesso di un popolo al valore generato dalle proprie risorse naturali, mediata attraverso il ruolo del dollaro come valuta obbligatoria del commercio internazionale.
Entro la fine del 2025, la Banca Mondiale prevedeva che l’economia iraniana si sarebbe contratta sia nel 2025 che nel 2026, con l’inflazione annuale che saliva verso il sessanta per cento; questo non è il prodotto della sola cattiva gestione iraniana, sebbene le contraddizioni interne dello Stato teocratico e la sua violenta repressione delle proteste del gennaio 2026 siano reali e significative, ma è principalmente il prodotto di una strategia deliberata e sostenuta di strangolamento economico che è cominciata con il congelamento dei beni dell’amministrazione Carter nel 1979 e si è intensificata attraverso ogni successiva amministrazione americana, culminando nel ritiro di Trump dal JCPOA nel 2018 e nella reimposizione delle sanzioni di massima pressione.
Le proteste del gennaio 2026 — che l’amministrazione Trump ha citato come giustificazione per l’azione militare, riconoscendo al contempo che erano state “represse” — sono, in termini di materialismo storico, un’espressione diretta delle contraddizioni materiali prodotte da questa strategia: una popolazione il cui tenore di vita è stato sistematicamente distrutto dalla coercizione economica straniera, mediata attraverso i fallimenti di uno Stato teocratico che non riesce a fornire i beni sociali che promette, si rivolta contro l’autorità visibile — la Repubblica Islamica — piuttosto che contro quella invisibile: il Dipartimento del Tesoro americano che controlla il sistema di compensazione in dollari da cui dipende tutto il commercio internazionale; questa è l’ideologia nel senso marxista: l’inversione delle relazioni reali, la comparsa dell’effetto come causa.
VI. La dialettica della ristrutturazione regionale: gli accordi di abramo come progetto del capitale
Trump calcola che eliminando il regime iraniano aumenterà il potere regionale di Israele e spingerà così le rimanenti classi dirigenti arabe a riprendere gli Accordi di Abramo — un’area di libero scambio che legherebbe gli Stati del Golfo in relazioni commerciali e di sicurezza con Israele e, attraverso Israele, al settore aziendale americano; non si tratta di una visione geopolitica in senso idealistico, ma di una strategia di accumulazione di capitale di prim’ordine: l’integrazione della ricchezza idrocarburica del Golfo nei settori tecnologici avanzati israeliani e, attraverso entrambi, nei circuiti finanziari americani.
Gli Accordi di Abramo prevedono di convogliare le vaste risorse degli Stati ricchi di petrolio nei settori tecnologici avanzati di Israele, in particolare nell’intelligenza artificiale — la tecnologia che la classe dirigente americana ha identificato come il terreno decisivo della competizione con la Cina per i decenni a venire; visti da questa angolazione, la guerra contro l’Iran non è principalmente una guerra sulle armi nucleari o sulla sicurezza regionale, ma una guerra per ristrutturare il Medio Oriente come zona di accumulazione di capitale a dominazione americana, con Israele come hub tecnologico, le entrate idrocarburiche del Golfo come serbatoio di investimenti e l’Iran — l’unica potenza regionale capace di disturbare questo progetto — eliminato come ostacolo.
L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 su Israele e la successiva campagna israeliana a Gaza avevano messo gli Accordi di Abramo sotto severe tensioni: l’opinione pubblica nel mondo arabo rendeva politicamente tossico per le classi dirigenti del Golfo normalizzare le relazioni con uno Stato che conduceva ciò che i tribunali internazionali cominciavano a descrivere come genocidio, e l’Iran con le sue reti proxy non era la causa di questa difficoltà — era, al massimo, un catalizzatore — mentre la causa reale era la contraddizione fondamentale tra gli interessi materiali delle classi dirigenti del Golfo (normalizzazione con Israele, integrazione nei flussi di capitale guidati dagli Stati Uniti) e le condizioni di legittimità politica sotto cui quelle classi dirigenti governano le proprie popolazioni (solidarietà nominale con i diritti nazionali palestinesi); la guerra contro l’Iran è, da questa prospettiva, un tentativo di risolvere questa contraddizione con la forza.
VII. Lo Stretto di Hormuz come snodo cruciale e dialettico del capitale mondiale
Lo Stretto di Hormuz non è semplicemente un elemento geografico, ma l’incarnazione materiale di una contraddizione mondiale: la dipendenza del sistema capitalista mondiale da un ingorgo energetico su cui uno Stato che si rifiuta di essere subordinato a quel sistema esercita il controllo territoriale sovrano.
Prima della guerra americano-israeliana contro l’Iran, attraverso questo stretto marittimo transitava circa il venticinque per cento del commercio petrolifero mondiale via mare e un quinto del gas naturale liquefatto globale, proveniente principalmente dal Qatar; la chiusura di questo stretto non è, dalla prospettiva del materialismo dialettico, un atto di aggressione, ma l’espressione materiale di una contraddizione che era sempre latente nell’architettura del capitale globale: il fatto che la circolazione delle merci essenziali alla riproduzione dei rapporti sociali capitalisti dipende dalla cooperazione — o almeno dalla non-resistenza — di Stati i cui interessi sono sistematicamente violati dal sistema che quelle merci riproducono.
La capacità dell’Iran di chiudere lo Stretto è l’espressione ultima di ciò che Lenin chiamava l'”anello più debole” — il punto in cui la catena del dominio imperialista può essere spezzata da una potenza che non ha la capacità di sfidare quel dominio frontalmente ma conserva la capacità di imporre costi alla sua riproduzione; la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz ha bloccato 15,8 milioni di barili al giorno negli Stati del CCG e in Iraq, con scenari che proiettano una perdita cumulativa del PIL fino a 3,5 trilioni di dollari in un conflitto prolungato. Questo è il costo materiale della contraddizione: il tentativo di risolvere attraverso la forza militare un antagonismo strutturale che la forza militare non può eliminare, perché l’antagonismo è iscritto nella geografia della dipendenza energetica stessa.
L’Iran ha offerto di permettere il passaggio di un numero limitato di petroliere a condizione che il carico fosse scambiato in yuan cinesi — un atto rivoluzionario nel senso economico preciso: la sostituzione di una valuta alternativa, legata al circuito concorrente di accumulazione del capitale organizzato attorno all’Iniziativa Belt and Road della Cina, con il dollaro che ancora l’egemonia americana, poiché il sistema del petrodollaro, che ha sostenuto il potere imperiale americano dal 1973, affronta qui la sua sfida materiale più diretta.
VIII. La contraddizione cinese: due circuiti di accumulazione del capitale
Il materialismo dialettico richiede di situare ogni contraddizione nel suo campo strutturale più ampio; la guerra del 2026 non è semplicemente un conflitto tra gli Stati Uniti e l’Iran, ma un momento nella più ampia contraddizione strutturale tra due circuiti concorrenti di accumulazione del capitale globale: il sistema centrato sul dollaro americano, ancorato alla supremazia militare e all’egemonia finanziaria, e quello centrato sulla Cina con la sua Belt and Road Initiative, ancorato alla capacità produttiva e agli investimenti infrastrutturali.
La Cina ha considerato sempre più il Medio Oriente come una rotta marittima essenziale alla fine della Belt and Road Initiative, affidandosi alla regione per il sessanta per cento del suo commercio europeo e con il cinquanta per cento delle sue importazioni energetiche provenienti dagli Stati del Golfo, ed è attualmente il più grande partner commerciale del Medio Oriente, con flussi commerciali che sono 0saliti da 265 miliardi di dollari nel 2017 a 507 miliardi nel 2022; nonostante le sanzioni, la Cina ha continuato ad acquistare la maggior parte delle esportazioni petrolifere iraniane — non per gesto diplomatico, ma per relazione materiale: il capitale cinese acquisisce idrocarburi iraniani scontati, riducendo i propri costi energetici e la dipendenza dai mercati petroliferi espressi in dollari; il capitale iraniano acquisisce merci manifatturiere e investimenti cinesi, aggirando parzialmente il regime sanzionatorio.
La guerra contro l’Iran è, a livello strutturale, una guerra per impedire il consolidamento di un circuito alternativo di accumulazione del capitale che ridurrebbe forza mondiale del dollaro e minerebbe così la base materiale dell’egemonia americana; l’eliminazione della sovranità iraniana, l’integrazione degli Stati idrocarburici del Golfo nel quadro degli Accordi di Abramo e l’affermazione del controllo militare americano sulla geografia energetica della regione sono tutti elementi di un unico progetto strategico: impedire al Medio Oriente di diventare il cardine materiale dell’accumulazione centrata sulla Cina e riancorarlo all’interno del sistema centrato sugli Stati Uniti, il che è proprio quella rivalità inter-imperialista nel senso in cula intendeva Lenin, seppure non nel senso della competizione territoriale diretta delle grandi potenze pre-1914, ma come competizione strutturale tra due modi di organizzare l’accumulazione mondiale, ciascuno dei quali richiede la subordinazione degli Stati periferici ai propri circuiti.
IX. L’analisi di classe: chi produce, chi si appropria, chi viene distrutto
Il materialismo storico insiste sul criterio che ogni conflitto sia analizzato in termini di rapporti di classe e non nel senso riduttivo di ridurre tutti i fenomeni a un binario di lavoratori e capitalisti, quanto nel senso rigoroso di chiedersi chi produce valore, chi se ne appropria e chi assorbe i costi delle contraddizioni generate da quella appropriazione.
Nella guerra del 2026, i produttori sono molteplici e dispersi: i lavoratori iraniani nel settore degli idrocarburi, il cui lavoro genera le entrate petrolifere di cui la Repubblica Islamica si appropria e che le sanzioni americane cercano di negare; i lavoratori migranti degli Stati del Golfo (prevalentemente provenienti dall’Asia meridionale e dal Sud-Est asiatico) il cui lavoro costruisce le infrastrutture e fornisce i servizi da cui dipende il modello del CCG; i lavoratori nella produzione di fertilizzanti dipendenti dagli idrocarburi del Golfo, le cui catene di approvvigionamento interrotte si traducono in prezzi alimentari più alti per le popolazioni rurali dell’Africa subsahariana, dell’Asia meridionale e dell’America Latina; e il proletariato globale delle economie dipendenti dal petrolio, dal Pakistan alle Filippine, il cui potere d’acquisto crolla con ogni dollaro aggiunto al prezzo del barile.
Più di 220.000 cittadini indiani sono stati rimpatriati dalla regione del Consiglio di Cooperazione del Golfo e dall’Iran a causa del conflitto in escalation. Una migrazione inversa che coinvolge un’alta percentuale di professionisti qualificati e imprenditori e i cui lavoratori (il proletariato invisibile delle economie miracolo del Golfo) non hanno avuto voce nelle decisioni che hanno prodotto questa guerra: non sono stati consultati quando Netanyahu ha presentato il suo piano di cambio di regime “farsesco” a Trump nella Situation Room della Casa Bianca, né erano rappresentati nelle sale di negoziazione omanite dove è stata raggiunta una svolta diplomatica e poi distrutta; eppure, essi assorbono, nelle loro rimesse interrotte e nel loro rimpatrio forzato, i costi di un conflitto tra classi dirigenti (quella americana, israeliana, iraniana, del Golfo) sul controllo delle risorse e dei circuiti di accumulazione che tutte quelle classi dirigenti trattano come loro dominio esclusivo.
X. L’ideologia come sovrastruttura: la questione nucleare e la fabbricazione della minaccia
L’osservazione di Marx che le idee dominanti di ogni epoca sono le idee della classe dominante si traduce, nel contesto della guerra del 2026, in una domanda empirica precisa: quale è stata la funzione della narrazione di una minaccia nucleare nel legittimare una guerra i cui fautori materiali non avevano nulla a che fare con la proliferazione nucleare?
L’AIEA aveva dichiarato esplicitamente, prima del lancio dei bombardamenti, che non vi era alcuna prova di un programma strutturato di armi nucleari iraniano; il governo iraniano, nei negoziati di Oman, aveva offerto di sospendere l’arricchimento e di accettare la piena verifica dell’AIEA; il ministro degli Esteri omanita ha annunciato una svolta il 27 febbraio 2026 e le bombe sono cadute il 28 febbraio 2026; questa sequenza non è spiegabile all’interno della logica della narrazione della minaccia nucleare: se la minaccia fosse nucleare e la diplomazia la stesse risolvendo, non ci sarebbe alcuna base razionale per l’azione militare, ed è spiegabile soltanto all’interno della logica del materialismo storico: la minaccia nucleare è sovrastrutturale, una forma di rappresentazione ideologica che legittima, per i pubblici nazionali e internazionali, una campagna militare i cui scopi reali (controllo delle risorse, ristrutturazione regionale, mantenimento dell’egemonia del dollaro, subordinazione di uno Stato che si rifiuta di integrarsi nei circuiti di capitale guidati dagli americani) non possono essere dichiarati pubblicamente senza distruggere la legittimità che il consenso di massa richiede.
Il direttore della CIA John Ratcliffe aveva descritto il piano di cambio di regime di Netanyahu come “farsesco” e il generale Dan Caine dello Stato Maggiore Congiunto aveva messo in guardia contro l’avvio dell’operazione; la guerra era stata osteggiata dai più alti ufficiali militari e dai professionisti dell’intelligence degli Stati Uniti, cioè coloro la cui funzione è valutare le minacce in termini materiali piuttosto che ideologici e, pertanto, è stata perseguita da una classe politica il cui calcolo non era militare ma politico: il calcolo che i benefici interni e strategici della guerra (popolarità elettorale, ristrutturazione regionale, vantaggio nel mercato energetico) superassero i rischi che il giudizio militare professionale aveva identificato; questo è precisamente ciò che Marx intendeva quando diceva che lo Stato non è un arbitro neutrale ma uno strumento della classe dirigente: non è gestito dagli analisti più competenti ma da coloro i cui interessi di classe determinano le loro decisioni.
XI. Il “modello venezuela” e la ripetizione della forma imperiale
Trump ha ammesso di aver armato clandestinamente i gruppi dissidenti curdi iraniani prima del lancio della guerra e ha rilevato le difficoltà nell’identificare un successore valido ad Ali Khamenei, affermando che i bombardamenti di decapitazione americano-israeliani avevano ucciso molti individui precedentemente considerati come potenziali alternative moderate e pragmatiche, ostacolando così gli sforzi per implementare il “modello Venezuela”: una rapida decapitazione della leadership apicale seguita dall’installazione di una figura compiacente all’interno del sistema esistente, simile all’intervento americano di gennaio 2026 in Venezuela che aveva catturato il presidente Nicolás Maduro e elevato la vicepresidente Delcy Rodríguez come leader ad interim sotto pressione americana.
Il “modello Venezuela” è, in termini di materialismo storico, la forma contemporanea di ciò che Marx descrisse come accumulazione originaria: la conversione forzata di attori economici indipendenti in dipendenti del capitale, attraverso la violenza, quando i meccanismi di mercato si rivelano insufficienti; in Venezuela, il modello era stato: sanzioni → crollo economico → protesta popolare → pressione militare e politica → tentativo di installare una leadership compiacente; in Iran, la stessa sequenza è stata tentata: sanzioni → crollo economico → proteste di massa (gennaio 2026) → decapitazione militare → tentativo di installazione di un successore compiacente.
La forma non è nuova: è l’iterazione contemporanea del colpo di stato del 1953 — la stessa logica, gli stessi interessi materiali, un vocabolario sovrastrutturale diverso; nel 1953, la giustificazione era l’anticomunismo, nel 2026 è il contrasto al terrorismo, la non proliferazione e i diritti umani, mentre la realtà materiale è invariata: uno Stato che controlla risorse essenziali all’accumulazione del capitale si rifiuta di essere subordinato; il capitale impiega l’apparato militare dello Stato per ripristinare le condizioni di quella subordinazione.
Ciò che è dialetticamente significativo è il fallimento del modello , cioè la sua applicazione che produce non il risultato atteso ma la sua contraddizione, poiché l’Iran si è affrettato a prevenire un vuoto di leadership, con il suo rapido movimento per sostituire i leader uccisi nel conflitto che indica sia la stabilità del regime sia la determinazione dei falchi iraniani di fronte all’aggressione esterna; la strategia di decapitazione, che in Venezuela aveva avuto successo perché le istituzioni statali venezuelane erano già state svuotate da anni di crisi interna, ha incontrato in Iran uno Stato la cui profondità istituzionale — le Guardie della Rivoluzione, le reti clericali, l’apparato burocratico — si è rivelata più duratura di quanto i suoi avversari avessero valutato: questa è l’ironia dialettica, poiché gli stessi strumenti di repressione che rendevano la Repubblica Islamica apparentemente vulnerabile (la violenta repressione delle proteste di gennai) erano anche gli strumenti di coesione statale che la rendevano capace di resistere all’attacco esterno e di contrattaccare.
XII. La negazione della negazione: cosa produce la guerra
Lo strumento analitico più potente del materialismo dialettico è il concetto della negazione della negazione: la proposizione che le contraddizioni, quando negate con la forza, non si risolvono ma si trasformano, generando nuove contraddizioni a un livello di intensità più elevato; la guerra del 2026 non risolverà le contraddizioni che l’hanno prodotta, ma le negherà in una forma che ne produce di nuove.
Se realizzata, la negazione del controllo sovrano iraniano sui suoi idrocarburi non ripristina un’egemonia americana stabile in Medio Oriente, ma produce la contraddizione di un Iran occupato o vassallo che deve essere amministrato contro la resistenza di una popolazione con un secolo di esperienza esattamente di quella condizione; la negazione della capacità nucleare iraniana non elimina la proliferazione nucleare come dinamica regionale, ma dimostra a ogni Stato sovrano che osserva la sequenza — negoziati, svolta, attacco — che l’unico deterrente affidabile all’azione militare americana è il possesso nucleare effettivo, non la rinuncia negoziata.
La configurazione dell’economia mondiale riecheggia sempre più le rivalità tra gli Stati capitalisti leader prima del 1914: un sistema competitivo multipolare in cui nessuna singola potenza esercita una sufficiente supremazia produttiva per imporre il consenso e in cui la forza militare sostituisce l’egemonia che la supremazia produttiva un tempo forniva; questa è una trasformazione qualitativa del sistema mondiale: l’esaurimento di una fase dell’organizzazione imperiale e l’emergere violento e incontrollato di un’altra la cui forma non è ancora stata determinata.
Lo Stretto di Hormuz rimane il fulcro materiale di questa transizione: l’offerta dell’Iran di permettere il passaggio in yuan non è un gesto tattico, ma una proposta strutturale, cioè la riorganizzazione del commercio energetico globale attorno a un’architettura monetaria non in dollari e, se questa sfida avrà successo nel breve termine o meno, si dimostrerà che il sistema è vulnerabile precisamente nel punto in cui aveva assunto l’invulnerabilità: il nodo energetico strategico che il capitale aveva dato per scontato fosse garantito dal peso degli interessi reciproci.
XIII. Il diritto internazionale come forma ideologica
Il diritto internazionale, nel quadro del materialismo storico, non è un sistema normativo autonomo, ma una forma sovrastrutturale che codifica e stabilizza i rapporti di forza tra gli Stati in modi che servono gli interessi delle potenze dominanti che lo hanno creato e lo mantengono; la Carta delle Nazioni Unite è stata scritta dalle potenze vincitrici del 1945, e la struttura del veto del Consiglio di Sicurezza riflette i rapporti di potere materiale di quel momento — permanentemente iscritti nell’architettura istituzionale della governance internazionale, resistenti alla revisione perché la revisione richiederebbe il consenso di coloro che traggono maggiori vantaggi dall’assetto esistente.
La guerra del 2026 espone questa struttura con particolare chiarezza: gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, ponendo il veto su qualsiasi risoluzione che avrebbe condannato la propria azione; il Consiglio di Sicurezza ha poi approvato non una risoluzione che condannasse gli attacchi iniziali americano-israeliani, ma una che chiedeva la fine dei contrattacchi iraniani sugli Stati del Golfo e “riaffermava” la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz — l’asimmetria è precisa: la violenza iniziatrice viene giuridicamente depurata attraverso il veto, mentre la violenza di risposta viene internazionalmente condannata; questa non è un’anomalia, ma il funzionamento normale di un’istituzione progettata per permettere l’esercizio delle prerogative delle grandi potenze vincolando al contempo le risposte dei meno potenti.
XIV. Traiettoria: l’esaurimento di una fase
La guerra del 2026 contro l’Iran segna, in termini di materialismo storico, non il consolidamento dell’egemonia imperiale americana ma l’esaurimento di una fase della sua organizzazione e l’inizio di una transizione il cui esito non è determinato; il movimento dialettico è chiaro nella sua direzione anche se non lo è nella sua destinazione.
L’egemonia imperiale americana nel periodo post-1945 riposava su tre pilastri materiali: la supremazia produttiva schiacciante, il dominio del dollaro come architettura del potere finanziario e la supremazia militare come garante ultimo di entrambi; il primo pilastro si è eroso dalla metà degli anni Settanta, con la produzione manifatturiera americana che è diminuita rispetto alla capacità produttiva asiatica; il secondo è sotto sfida strutturale dalla strategia di internazionalizzazione dello yuan e dalla dimostrazione dell’Iran che il petrodollaro può essere rifiutato a livello del corridoio energetico obbligato; il terzo — la supremazia militare — rimane intatto in termini quantitativi ma si è dimostrato, in Iran come in Iraq e Afghanistan prima di esso, insufficiente per la riproduzione delle condizioni politiche che l’egemonia richiede.
Una classe dirigente che può riprodurre il proprio dominio soltanto attraverso la forza e non attraverso la produzione del consenso è una classe dirigente in crisi. Questa non vuole essere la previsione di un imminente collasso: il materialismo storico insegna che le classi dirigenti in crisi sono capaci di violenza straordinaria e che la transizione da una fase dell’organizzazione sociale a un’altra è prolungata, dolorosa e tutt’altro che garantita per produrre esiti progressivi; la negazione dell’egemonia americana non produce automaticamente la sua alternativa positiva, ma produce, nel breve termine, precisamente ciò che osserviamo: una regione in rovina, un sistema energetico globale in stato di shock, un ordine giuridico multilaterale la cui legittimità è stata ulteriormente erosa, un proletariato di lavoratori migranti e piccoli agricoltori che assorbe costi che non ha generato.
XV. La necessità di un’analisi strutturale
Questa inchiesta non riguarda l’attribuzione della colpa morale tra parti che ciascuna, a modo suo, ha violato le norme che pretende di rispettare; riguarda proprio la comprensione delle forze strutturali che hanno reso questa guerra non un incidente contingente ma un prodotto necessario delle contraddizioni inerenti all’attuale organizzazione del capitalismo globale.
Ricordiamo in conclusione quelle contraddizioni che sono: la dipendenza dell’accumulazione del capitale dal controllo di risorse energetiche finite concentrate in regioni le cui popolazioni hanno le proprie rivendicazioni su quelle risorse; la costruzione di un’architettura finanziaria centrata sul dollaro che può essere mantenuta soltanto attraverso la subordinazione di Stati disposti a commerciare al di fuori di essa; l’emergere di un circuito concorrente di accumulazione centrato sulla Cina che sfida le basi materiali dell’egemonia americana; e l’esaurimento delle forme ideologiche — promozione della democrazia, non proliferazione, diritti umani — attraverso cui quell’egemonia si era, per decenni, riprodotta senza ricorrere all’esercizio visibile della forza bruta.
Le guerre, osservò Marx, sono le locomotive della storia ma non perché risolvano le contraddizioni, perché le espongono; la guerra del 2026 contro l’Iran ha esposto, con una chiarezza che nessuna quantità di rumore sovrastrutturale può oscurare, l’architettura materiale di un ordine mondiale in cui la capacità di produrre e far circolare valore è sistematicamente scissa dalla sovranità politica di coloro che lo producono. Comprendere quell’architettura e le contraddizioni che la rendono violenta non è un esercizio intellettuale secondario, ma la precondizione necessaria per immaginare qualcosa di diverso.
Questo articolo impiega i quadri analitici del materialismo storico e dialettico sviluppati da Marx, Engels, Lenin e i loro successori, tra cui Antonio Gramsci, David Harvey e Costas Lapavitsas; non sostiene che questi quadri siano sufficienti per un resoconto completo della guerra del 2026, la cui complessità supera qualsiasi singola tradizione analitica, ma sostiene che siano necessari: qualsiasi resoconto che ometta i fattori materiali del conflitto in favore delle sue rappresentazioni ideologiche fraintenderà inevitabilmente ciò che è accaduto e il suo perché.
