Ti è mai capitato di pensare: “Tanto è inutile, non cambierà mai niente”?
Di quelle sere in cui spegni la televisione e ti sembra che il mondo sia un enorme ingranaggio che continua a girare nella stessa direzione, indipendentemente da quello che fai o pensi? Che qualsiasi tentativo di immaginare un’alternativa — al lavoro, nella società, nella politica — si scontri sempre con lo stesso muro invisibile: *”Le cose stanno così, è il mondo reale”*?
Se ti è successo, non sei solo. Non è una questione di carattere, non è pessimismo, non è mancanza di immaginazione. È qualcosa che respiriamo ogni giorno, come l’aria. Ed è talmente sottile, talmente pervasivo, che non lo noti nemmeno più.
Chiamiamolo per quello che è: la sensazione che non ci sia alternativa.
Il futuro che si è ristretto
Qualche decennio fa, le persone immaginavano il futuro in modi completamente diversi. C’erano idee, progetti, conflitti veri su come organizzare la società. La fantascienza degli anni Sessanta e Settanta immaginava mondi radicalmente altri: utopie e distopie, certo, ma soprattutto *altrove*. Spazi mentali in cui le regole del gioco potevano essere riscritte da zero.
Oggi no. Oggi il futuro assomiglia sospettosamente al presente, solo con qualche aggeggio tecnologico in più. Le serie tv più ambiziose ci raccontano apocalissi, zombie, crolli di civiltà, qualunque cosa, pur di non immaginare un mondo semplicemente organizzato in modo diverso. Come se fosse più facile concepire la fine del mondo che la fine del capitalismo.
Perché?
Pensaci. Se dico “scuola”, cosa ti viene in mente? Probabilmente voti, competitività, preparazione per il mondo del lavoro. Se dico “sanità”, pensi a liste d’attesa, costi, efficienza. Non ci facciamo nemmeno caso: ormai è ovvio che tutto debba funzionare come un’azienda. L’istruzione? Deve produrre lavoratori. La salute? Deve essere “sostenibile economicamente”. La tua vita? Un progetto imprenditoriale da gestire, con tanto di personal branding e ottimizzazione del tempo.
Questa è la vera magia dell’aria che respiriamo: ha trasformato delle scelte politiche in leggi di natura. Non sono più valori su cui discutere — “vogliamo una scuola che formi cittadini o lavoratori?” — ma fatti innegabili, come la pioggia o la gravità. E di fronte a un fatto, cosa puoi fare? Niente. Lo accetti.
E più lo accetti, più dimentichi che le cose potevano andare diversamente.
Il trucco del possibile
Proviamo a fare un gioco. Ti sembra realistico, oggi, che le ferrovie siano pubbliche e gestite per il bene comune? Che i sindacati abbiano un peso reale nelle decisioni? Che l’università sia un diritto accessibile a tutti, non un investimento che farai fruttare nei prossimi trent’anni? Probabilmente no. Ti sembrano idee ingenue, da sognatori, quasi imbarazzanti da pronunciare ad alta voce.
Ora, prova a fare un salto indietro di cinquant’anni. Siamo nel 1975. In quegli anni, l’idea che lo stato vendesse l’acqua, le strade, le poste a privati sembrava assurda. Roba da fantascienza distopica. Impensabile. Eppure, dieci anni dopo, era realtà. Quello che era impossibile è diventato possibile, e poi normale, e poi ovvio.
Capisci il trucco? La stessa forza che ha reso “realistiche” le privatizzazioni negli anni Ottanta, spostando lentamente l’asticella di ciò che è ammissibile pensare, oggi ci dice che certe altre cose sono “irrealistiche”. Non perché lo siano davvero. Ma perché il mondo in cui viviamo è stato costruito apposta per farcele sembrare tali.
È come se qualcuno avesse riscritto le regole del gioco mentre giocavamo, e poi ci avesse detto: “Ma è sempre stato così”. E noi, cresciuti dentro quelle regole, non abbiamo più gli strumenti per contestarle. Perché contestare le regole del gioco richiede di immaginare un gioco diverso. E questa è esattamente la facoltà che ci è stata tolta.
Un nome per l’aria che respiriamo
Mark Fisher, filosofo e critico culturale britannico, lo ha chiamato realismo capitalista. Non è un’ideologia nel senso classico, non è un manifesto che qualcuno ti impone con la forza. È un’atmosfera. Una curvatura dello spazio mentale che rende certe idee pensabili e altre no.
È talmente ovunque che non la vedi. Condiziona il lavoro, la scuola, le nostre relazioni, le serie tv che guardi, le canzoni che ascolti, le speranze che ti permetti di avere. Ma soprattutto condiziona il modo in cui ti parli dentro. È la voce che ti sussurra: “Non puoi uscire da qui”. “Sii realista”. “Pensa a te stesso”.
Fisher aveva anche un’altra intuizione fondamentale: il realismo capitalista non ha bisogno di convincerti che il sistema sia buono. Non ti chiede di amarlo, di crederci, di essere felice. Ti chiede solo di non riuscire a immaginarne uno diverso. Il cinismo, l’ironia distaccata, il “tanto sono tutti uguali”, non sono resistenze al sistema. Sono le sue forme di difesa più sofisticate. Puoi detestare il capitalismo e continuare a riprodurlo ogni giorno, perché nel frattempo non riesci a pensare ad altro.
E la parte peggiore? Non è nemmeno una voce esterna. È dentro di te, dentro di noi. È diventata il nostro modo di pensare. Il carceriere vive nella testa del prigioniero — non ha nemmeno bisogno di stare fuori dalla cella.
Le crepe nel muro
Ma se l’atmosfera è così densa, se l’aria che respiriamo ci dice continuamente che non c’è scampo, da dove può venire una crepa?
Forse proprio dai punti in cui questa stessa atmosfera non riesce a chiudere i conti con la realtà. I luoghi dove le promesse si incrinano e lasciano vedere il vuoto sotto.
L’ambiente. Lo vedi, no? I ghiacci che si sciolgono, le estati che bruciano, le alluvioni che arrivano dove non erano mai arrivate. Eppure il sistema continua a ripeterci che è un problema risolvibile col mercato, con la tecnologia, con le auto elettriche e i pannelli solari sui tetti. Come se la Terra fosse una vecchia pelle che possiamo cambiare quando si sporca.
La verità, quella troppo traumatica per essere ammessa nel discorso pubblico, è che il nostro modello economico, quello che cresce, cresce, cresce senza fine come imperativo biologico, è strutturalmente incompatibile con un pianeta finito. Non è un problema di cattiva gestione o di tecnologia insufficiente. È una contraddizione al cuore del sistema. Ma questa verità non può entrare nel racconto ufficiale: se entrasse, crollerebbe tutto. E allora la teniamo fuori, la rimuoviamo, la trasformiamo in uno spot pubblicitario con le tartarughe di plastica e le borracce in bambù.
La salute mentale. Non ti sembra strano che ansia e depressione siano diventate l’epidemia silenziosa del nostro tempo? Soprattutto tra i giovani, tra chi è cresciuto dentro la narrazione della meritocrazia e ha trovato un mondo che non corrispondeva alle promesse.
Come ce lo spiegano? Come un problema individuale. Sei depresso? Colpa tua, dei tuoi genitori, dei tuoi neurotrasmettitori. Colpa di quanto poco ti sei mosso, di quanto mal hai dormito, di quanto poco mindfulness hai praticato. Ognuno si tiene stretto il suo malessere, lo cura in privato con psicofarmaci o sedute di terapia. Una gigantesca privatizzazione del disagio.
Ma se invece fosse il sistema a essere malato? Se l’ansia fosse una risposta *normale* a un mondo che ti chiede di essere sempre performante, sempre flessibile, sempre disponibile, sempre in competizione con tutti — incluso il tuo sé di ieri? Se la depressione fosse il lutto per un futuro che ti è stato promesso e poi sottratto, per una vita che senti non appartenerti davvero?
Nessuno fa questa domanda nel mainstream. Perché è più comodo, e soprattutto più redditizio, pensare che siamo noi a non funzionare, piuttosto che ammettere che è il mondo a essere rotto.
La burocrazia. Quella che doveva sparire col trionfo del mercato. In teoria, il neoliberismo ci avrebbe liberati dalle catene dello stato, dall’inefficienza del pubblico, dal grigiore dei funzionari con la cartellina. La libertà dell’individuo contro il Leviatano burocratico.
In pratica, non abbiamo mai compilato tanti moduli, inseguito tanti obiettivi, rispettato tanti protocolli, rendicontato tante attività. Solo che oggi la burocrazia non ha più la faccia del funzionario. Ha la faccia dello schermo, del modulo online, del KPI trimestrale, della “valutazione della performance”. È ovunque, è invisibile, ed è più soffocante di prima — perché adesso non la puoi nemmeno detestare. È il progresso.
La domanda che non facciamo
Analizzando questi aspetti, quali ambiente, salute mentale e burocrazia, emerge un elemento comune: il sistema non risponde pienamente alle aspettative comunicate. A fronte di promesse di libertà, si riscontrano livelli crescenti di ansia; l’efficienza auspicata si traduce spesso in un incremento della documentazione amministrativa; la prospettiva di progresso può comportare un impatto ambientale negativo; infine, pur dichiarando meritocrazia, il sistema tende a perpetuare le disuguaglianze. I sintomi sono ovunque. Manca la diagnosi.
E allora forse la domanda giusta non è *”come faccio a stare meglio in questo mondo?”*. Quella domanda, per quanto legittima, resta dentro la cornice. Presuppone che il mondo sia dato, fisso, e che il problema sia il tuo adattamento ad esso.
Forse la domanda è un’altra, più scomoda, più politica: come abbiamo fatto ad accettare che sia normale stare così male?
Perché la verità è che l’impotenza che senti, la rassegnazione, la mancanza di fiducia nel cambiamento, non sono un tuo limite personale. Non sei tu che sei fragile, cinico, incapace di sognare. Sono il risultato di un’operazione culturale e politica riuscita benissimo, lavorata per decenni, finanziata, insegnata, trasmessa. Hanno lavorato sodo per farti credere che non ci sia alternativa.
Da dove ricominciare
Esiste un’alternativa, anche se spesso risulta nascosta da convinzioni consolidate come il “buon senso”, l’adesione alle consuetudini sociali, l’accettazione della realtà e l’invito al cambiamento individuale. Individuarla richiede impegno; è necessario affrontare le problematiche piuttosto che ignorarle, interpretando i segnali come manifestazioni di dinamiche collettive e non attribuendoli esclusivamente a responsabilità personali. Occorre inoltre superare la tendenza a intervenire solo sui singoli elementi e riflettere sulle cause che compromettono l’intero sistema. Non è un invito all’ottimismo ingenuo. Non si tratta di credere che basti volerlo perché tutto cambi. Si tratta di qualcosa di più preciso e più difficile: recuperare la capacità di immaginare. Di permettersi di pensare che il mondo potrebbe essere organizzato altrimenti. Di resistere alla voce interna che ti dice che sei un illuso ogni volta che ci provi.
Fisher, prima di morire, scriveva che il compito più urgente non era costruire un programma politico alternativo. Era più a monte: *riaprire il futuro*. Restituire alla mente la possibilità di muoversi in uno spazio che sembra murato.
Forse è da lì che si ricomincia. Non dà una risposta. Da una domanda che torniamo ad autorizzarci a fare: e se le cose potessero andare diversamente?
Quella domanda, tenuta viva, è già una piccola crepa nel muro.

