La filosofia come cura: oltre Platone e la Stoà greca

© Maurizio Bisogno 2017

Nell’ultimo video (Platone e la salute mentale) indicavo come la concezione etica di Platone reclamasse una posizione importante nella filosofia come cura. Il discorso sulla giustizia e sulla verità è strettamente legato alla salute dell’individuo e della società. Questo paradigma, iniziato con il Socrate di Platone, è la componente intellettualistica della filosofia greca. Possiamo racchiuderlo brevemente nello schema seguente:

 

  • 1. la virtù è la perfetta attuazione della ragione.
  • 2. la ragione è la caratteristica principale dell’uomo.
  • 3. la perfetta attuazione della ragione richiede la conoscenza.
  • 4. allora, la virtù è uguale alla conoscenza.

Ma vediamo in che modo si pone Seneca rispetto a questa componente intellettualistica. Sappiamo che Seneca offre suggerimenti filosofici per affrontare le varie situazioni della vita con consapevolezza. Propone l’esame dei pensieri e delle emozioni forti negative, indica come gestirle e affronta con decisione la questione della felicità. Dai suoi scritti, non solo possiamo ordinare una tecnica, ma anche una teoria. E fin qui egli rimane nella tradizione greca e stoica in particolare. Ma c’è un momento in cui il nostro Seneca rompe lo schema intellettualistico che abbiamo sintetizzato nel paragrafo precedente e innova lo stoicismo greco, che pure restava all’interno di quello schema.

Seneca introduce, romanizzando la filosofia stoica, la voluntas. Questa è separata dalla conoscenza. La volontà non si può insegnare. Tali affermazioni sintetiche rappresentano uno spostamento dell’asse su cui ruotava la tradizione stoica. Sotto questa nuova prospettiva, non basta saper distinguere il bene dal male, occorre volere il bene.

La volontà è parte dell’origine dello sforzo di perfezionamento morale”, cioè gran gran parte del progresso consiste nel voler progredire. Il cammino verso la virtù è una risposta alla domanda: “Che cosa occorre per essere buono? Volerlo!” (Epi. 80,4).

La salute (la bona mens) parte da un sforzo di volontà; infatti, quello che all’inizio era buona volontà, attraverso la perseveranza e l’applicazione assidua diventa saggezza, bona mens.

Il concetto di voluntas è un termine che non ha un equivalente in greco, infatti non va confuso né con la horme dello stoicismo greco, né con il thymos, l’anima irascibile di Platone.

Per Seneca, la volontà del bene non rimane una tendenza, una pulsione, uno slancio originario, ma la voluntas è principio morale superiore che prende il posto della razionalità. Non basta più essere in grado di discernere il bene dal male, ma occorre volere il bene. Questa nozione di volontà mette il razionalismo stoico in un secondo piano: la volontà ponendosi all’origine dello sforzo di perfezionamento morale, diventa la virtù stessa: Per essere buono, per agire rettamente, occorre che tu lo voglia!

Naturalmente, questo discorso può essere ampliato e si possono apportare degli esempi, ma concludo questo breve articolo con la citazione senecana tratta da La costanza del saggio : “Non è meno assassino quel tale la cui arma è stata neutralizzata dalla resistenza del mio vestito”.

O, per sfruttare un esempio dalla cronaca di questi giorni: se tu costruisci un’arma con la volontà di colpirmi, hai già commesso un atto di guerra, la volontà che sta dietro la tua decisione contiene in sé gli elementi costitutivi dell’azione bellica, anche nel caso in cui non ti riesce di colpirmi nella pratica.

Buona giornata!

 

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