La cura (1, Heidegger)

La cura è un concetto e un termine affascinante e la sua comprensione totale, se fosse possibile, potrebbe fornire la soluzione al problema dell’esistenza.

Potremmo partire dalla filosofia classica greca, ma diamo prima uno sguardo alla posizione di Martin Heidegger, il filosofo tedesco (1889-1976) discepolo di Edmund Husserl, padre della fenomenologia.

In Heidegger uno dei termini fondamentali è il Dasein, che viene tradotto in italiano con Esser-ci. Si tratta dell’essere capace di porre domande filosofiche. A prima vista sembra una banale riproduzione dell’Ego Congitans di Cartesio. Ma non è proprio così, in quanto con il filosofo francese siamo in presenza di una res congitans, una cosa pensante che per Heidegger è solo un aspetto del Dasein. Perché il modo originario del Dasein è quello di essere-nel-mondo, il pensiero è solo una delle modalità con cui ci si rapporta al mondo. L’agire e il reagire sono altrettanto importanti. Anzi, bisogna fare attenzione al fatto che essere nel mondo avviene prima della distinzione tra teoria e pratica, tra pensare e volere. L’aspetto insito nell’esserci, e che non viene considerato dalla res congitans, è proprio questo: il mio interesse per, la mia cura del, il mio tenere al mondo: questo atteggiamento mi farà porre domande su di esso e mi metterà anche in condizioni di fornire delle risposte che hanno lo statuto di conoscenza.

Benché i concetti e i giudizi siano modi per rapportarci al mondo, strumenti che ci permettono di far fronte alle sue difficoltà o che ci permettono di agire in esso con successo, ci sono strumenti pre-esistenti a queste forme del pensiero e che hanno la stessa funzione. Per capirci un po’ meglio, prendiamo l’esempio del chirurgo che sta usando il suo bisturi: egli non pensa al suo strumento per poterlo usare bene, anzi se spendesse troppo tempo a pensarci potrebbe finire col non poterlo usare. Prendiamo il caso di un violinista: questi, per eseguire bene il suo pezzo non pensa al violino, a come usarlo, ma adotta un sapere che è diverso dal pensare nel momento in cui attua la sua esecuzione. Ancora, se nel parlare pensassimo alla grammatica, all’ortografia, alla sintassi dimostreremmo di non conoscere quella lingua: il pensiero sulla lingua ci impedirebbe di usarla come uno strumento naturale di rapportarci col mondo.

La vita si dipana nel Dasein appunto. In questo essere nel mondo che non è a-storico e che dipende da ciò di cui ci prendiamo cura e dalla nostra abilità a farlo. Questa modalità andrà a costituire anche la nostra cultura e la nostra storia. Ecco come il concetto di cura, di interesse per il mondo diventa costituivo di ciò che siamo, che siamo stati, che avremmo potuto essere. Siamo divenire e insieme di possibilità: siamo dunque la nostra “abilità di essere”. Ciò a cui tendiamo nella vita, ciò di cui ci curiamo, è strettamente legato al significato delle nostra situazione presente e alle nostre capacità.

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