di Maurizio Bisogno
1. La pentola che fischia
Bologna odorava di autunno marcio quel novembre—foglie bagnate, gas di scarico sotto i portici, sudore di biblioteca. Clara aprì la finestra dell’appartamento di via Zamboni per far uscire l’afa del termosifone, ma entrò solo il rumore delle moto che sbucavano come tafani dalla nebbia.
Sul tavolo di formica, cinque piatti di plastica per la lasagna. Cinque, non otto, contò. Aveva escluso gli uomini, poi ci ripensò. Sean ha bisogno di redenzione più delle altre, giustificò, strofinando il grembiule macchiato di salsa.
Nella tasca, la busta del Ministero le pungeva la coscia. “Segnalazione anonima non sufficiente”, diceva l’ultima mail. Ma il Professore sapeva chi fosse. Lo sentiva nei sorrisi a denti stretti dei colleghi, nel modo in cui Sasha evitava di suonare quando entrava in stanza.
La pentola sul fornello sbuffò. Clara estrasse La Torre dal mazzo di Marsiglia e la infilò tra le pagine della sua tesi: Riti di Purificazione nelle Società Matriarcali. Ridacchiò. Dovevo studiare ingegneria, pensò.
2. Maschere con cicatrici
Gli ospiti arrivarono con bottiglie di vino annacquato e risate troppo acute. Sean portò un whiskey irlandese che bevve da solo, sedendosi sulla sedia con il buco dove Marco aveva bruciato la tela durante un “esperimento anarchico”.
Élodie entrò per ultima, capelli rasati lucidi come un elmo. Teneva in mano un foglietto strappato: Clinica Aurora, Firenze. Niente anestesia. Lo nascose sotto il posacenere a forma di utero che Clara aveva comprato al mercato delle pulci.
“Leggi anche il mio destino, zingara d’antropologia”, disse Matteo, indicando i tarocchi con una sigaretta spenta. La sua voce era napoletana, ma il cinismo era universale.
Clara distribuì le carte con mani che non le sembrarono sue. Sono un personaggio di un romanzo che non scriverò mai, pensò. Fuori, il treno per Roma fischiò.
3. Il Teatro delle carte
(La scena centrale, dove le maschere cadono)
Clara: (a Sean, voce da cabaret) “Passato: Tre di Spade. Qualcuno ti ha piantato un coltello… e te lo sei lasciato fare.”
Sean: (sorseggia il bicchiere) “Un coltello? A Dublino usano le pistole, Clara.”
Rosaria: (sussurra a Livia) “Ma è vero che il Professore fa favori a chi…?”
Livia: (mostra l’orologio d’oro) “Solo ai migliori.”
Clara estrasse L’Appeso per Sasha. La violinista impallidì: la cicatrice a falce sulla sua mano pulsò. Uguale a quella del Professore, ricordò Clara. Quell’ascia maledetta nel ritaglio di giornale.
Sasha: (in russo) “Cyka blyat!” Poi in italiano: “L’Appeso è un bugiardo. Io scelgo la libertà.”
Marco: (dal suo angolo) “La libertà è una prigione con le finestre dipinte.”
Quando uscì Il Matto per Élodie, la belga rise. Un suono di latta calpestata.
Élodie: “Il Matto sono io, che credevo di poter scegliere. Ma in Belgio servono tre firme per abortire. Tre! Come la Santissima Trinità.”
Clara sentì la busta del Ministero bucarle la pelle. Estraendo La Torre per sé, urlò senza volerlo:
“Basta! So che lo sapete tutti. Lui vi ha toccate, regalato orologi, promesso voti. E voi… (indicò Sasha) avete suonato per non sentire i vostri lamenti!”
Il silenzio fu tagliente. Sean ruppe il vetro del whiskey contro il muro.
Sean: “Io… a Dublino c’è un figlio. Gli ho detto che sono morto.”
Matteo: (senza sarcasmo) “Mio fratello si è buttato dal Vesuvio per meno di questo.”
Clara strappò La Torre lungo il fulmine dipinto. I pezzi caddero sulla foto che era uscita dalla busta: il Professore all’orfanotrofio, la mano sulla spalla di una bambina con un’ascia giocattolo.
Élodie: (sussurra) “Quante siamo?”
Clara: (raccoglie i frammenti) “Quante mattonelle ci sono sotto i portici?”
4. La notte dei fuochi obliqui
Uscirono uno a uno, avvolti in bugie diverse. Sean barcollò verso la stazione con un biglietto per Dublino mai usato. Élodie bruciò il foglietto della clinica nel posacenere, dando fuoco all’utero di terracotta.
Clara rimase a fissare i pezzi della Torre sul tavolo. Marco le lasciò un fiammifero anarchico sulla soglia: “Serve coraggio a bruciare i ponti. O i portici.”
Nella notte, l’ambulanza ululò verso Sant’Orsola. Clara non seppe mai se era per il Professore (infarto durante una cerimonia in orfanotrofio), per Sasha (treno notturno per Varsavia), o per sé stessa (che restò immobile, col fiammifero spento tra le dita).
5. Epilogo: le verità sotto i portici
(Un mese dopo)
Sotto i portici di via Zamboni, gli studenti continuavano a fumare e innamorarsi. Clara passava veloce, la busta del Ministero ora piena di foto, nomi, cicatrici a forma di falce.
Una mattina, sul tavolo di formica, trovò un tarocco anonimo: La Giustizia, con sopra scritto “Per le brave ragazze che imparano a bruciare”.
Fuori, la nebbia alzava il sipario su un nuovo atto.
Commento critico, stilistico e filosofico
Il racconto I Tarocchi sotto i Portici si colloca nel solco del verismo moderno, riattualizzandone i principi attraverso una lente socio-filosofica che fonde crudo realismo e interrogativi pirandelliani. Ambientato nell’iconografia labirintica dei portici bolognesi—metafora di una società che offre riparo solo a patto di conformarsi ai suoi percorsi obbligati—, la narrazione trasforma una serata tra studenti in un tribunale simbolico, dove le carte dei tarocchi diventano strumenti di decostruzione delle maschere sociali.
Sul piano stilistico, il testo adotta un linguaggio scabro, intriso di dialettismi e gestualità fisica (unghie mangiate, bicchieri rovesciati), restituendo l’immediatezza del verismo ottocentesco. Tuttavia, la struttura dialogica frammentata e l’uso di simboli ricorrenti (la Torre strappata, l’ascia-ricordo) tradiscono un’influenza pirandelliana: i personaggi non sono individui, ma maschere nude costrette a recitare ruoli prefissati (la vittima, il cinico, il fuggitivo) finché l’improvvisa rivelazione del teatro dentro il teatro—la confessione collettiva durante la lettura delle carte—non ne sgretola le finzioni.
Filosoficamente, il racconto indaga il conflitto tra verità e silenzio in un’epoca di ipocrisia istituzionalizzata. La Bologna universitaria, microcosmo di sapere e potere, diventa palcoscenico di una lotta tra strutture patriarcali (il Professore invisibile ma onnipresente) e il caos liberatorio del trauma condiviso. Clara, antropologa di riti comunitari ma prigioniera del suo isolamento, incarna il paradosso della razionalità che sfida se stessa attraverso il linguaggio “irrazionale” dei tarocchi—un atto di ribellione epistemologica che ricorda la filosofia del frammento di Adorno: la verità abita nelle crepe del sistema, non nelle sue architetture.
Criticamente, l’opera è un’allegoria dell’Italia contemporanea, sospesa tra progressismo di facciata e arretratezze nascoste sotto i portici. La scelta del finale aperto—tra la foto che brucia e l’ambulanza che ulula per un destinatario ignoto—rifiuta la catarsi, suggerendo che in una società di verità parziali, persino la ribellione è un atto incompiuto, un fiammifero che oscilla tra luce e oscurità senza mai scegliere.
In questa tensione tra realismo e simbolo, il racconto si rivela un esperimento narrativo che interroga non solo i mali sociali, ma la natura stessa della verità: esistono davvero fatti, o solo interpretazioni che si fanno spazio tra le ombre dei portici? Pirandello, forse, sorriderebbe.
